Le antiche Cultivar e l’orangerie di Villa Cuseni
- Francesco Spadaro

- 31 dic 2025
- Tempo di lettura: 12 min
Aggiornamento: 18 gen
Le orangerie rappresentano una delle più raffinate espressioni della cultura botanica europea tra Rinascimento ed età moderna, nate per custodire e acclimatare agrumi e specie esotiche provenienti da terre lontane. A Villa Cuseni, a Taormina, questa tradizione assume un carattere del tutto peculiare: l’Orangerie, tra le prime realizzate in Sicilia, si distingue per l’orientamento a nord, scelta progettuale funzionale a mitigare l’irraggiamento solare e a creare un microclima ideale per la coltivazione in vaso di agrumi e piante rare.
L’interesse di Robert Hawthorn Kitson per la storia agrumaria siciliana e per le specie esotiche, raccolte durante i suoi viaggi, ha dato origine a un patrimonio botanico di grande valore, composto da cultivar storiche di limoni, aranci, mandarini, cedri, pomeli e da numerosi ibridi. L’Orangerie di Villa Cuseni non era solo uno spazio architettonico, ma un vero laboratorio di biodiversità, destinato alla preparazione delle piante per il successivo trapianto nel giardino storico.
Il contributo scientifico del giardino di Villa Cuseni si inserisce nel più ampio quadro della storia degli agrumi nel Mediterraneo, frutti non originari di quest’area ma introdotti nel corso dei secoli attraverso scambi culturali e commerciali. Studi archeobotanici, palinologici e genetici confermano che le principali specie coltivate derivano da tre antenati ancestrali – cedro, pomelo e mandarino – originari dell’Asia sud-orientale, e che la Sicilia ha svolto un ruolo centrale nella loro diffusione e selezione.
Il recente recupero del germoplasma storico agrumario di Villa Cuseni, attraverso il reinnesto di vecchi esemplari, ha permesso di preservare questa biodiversità unica, restituendo valore a un patrimonio vivente che unisce storia, paesaggio, scienza e cultura. L’Orangerie e il giardino di Villa Cuseni si configurano oggi come un caso emblematico di tutela delle antiche cultivar e di dialogo virtuoso tra memoria storica e sostenibilità contemporanea.
Approfondimento
LE ANTICHE CULTIVAR E L’ORANGERIE DI VILLA CUSENI
Le orangerie hanno le loro radici nell’Europa del Rinascimento e nei secoli successivi, quando i nobili e i ricchi appassionati di piante desideravano coltivare agrumi e altre varietà tropicali provenienti da tutto il mondo, che venivano coltivate nei parchi dei palazzi nobiliari dell’epoca. I primi giardini ricchi di agrumi apparvero in Francia, da cui il nome “Orangerie”, seguite dalla Germania (“pomeranzgarten”) e dal resto d’Europa.
Nacque così la prima orangerie costruita a Taormina, a Villa Cuseni, prima una struttura chiusa, all’inizio in vetro e legno, smontabile, un’estensione della casa verso l'outdoor, vero e proprio luogo del benessere, poi, fu realizzate l’Orangerie come le conosciamo oggi, in ferro con grandi vetrate. La particolarità dell’orangeria di villa Cuseni è l’esposizione, che anziché essere a sud, come quelle del nord Europa, è esposta al Nord, per limitare l’irragiamento solare, comunque sufficiente per filtrare e riscaldare l’ambiente interno e preparare, in grandi vasi di terracotta, gli alberi di limoni, aranci, ma anche specie esotiche che Robert Hawthorn Kitson importava durante i suoi numerosi viaggi, al successivo “travaso” in giardino. Si trattava principalmente di agrumi, affascinato com’era dalla storia agrumaria siciliana, il mandarino, il pomelo, il cedro, l’arancia amara, storicamente utilizzata a Villa Cuseni come tradizionale portainnesto, ma anche arance e limoni.
I principali incroci
Mandarino + Pomelo= Arancia dolce, variante mandarino, variante arancia amara
Arancia dolce + Pomelo= Pompelmo
Arancia dolce + variante mandarino= Clementina
Arancia amara + cedro= limone
Recentemente è stato recuperato il genoplasma storica agrumario di Villa Cuseni, ri-innestando i vecchi alberi di agrumi, riuscendo a conservarne la biodiversità.
Storia degli agrumi coltivati
Gli agrumi appartengono al genere Citrus, famiglia delle Rutaceae, sottofamiglia delle Auranzioideae. Gli agrumeti sono una componente fondamentale del paesaggio mediterraneo e uno dei più importanti frutti coltivati in questa regione. Le principali specie attualmente coltivate sono: arancio dolce (C. sinensis); limone (C. limon); mandarino (C. reticulata); cedro (C. medica); arancio amaro (C. aurantium); pompelmo (C. paradisi); lime (C. aurantifolia); bergamotto (C. bergamium).
La facile fecondazione intergenerica e interspecifica ha portato nel tempo alla formazione di molti ibridi di notevole interesse agronomico, che sono stati diffusi commercialmente con denominazioni fra le più varie. Tuttavia, gli agrumi non sono originari del bacino del Mediterraneo (Baldini E., Marangoni, B., 2000). Le tre specie ancestrali dei principali tipi di agrumi oggi diffusi sono il cedro (Citrus medica), il pomelo (C. maxima) e il mandarino (C. reticulata), e si pensa che abbiano le loro origini nell’India nord-orientale, Birmania e arcipelago malese, e che successivamente si siano disperse in altre terre nel Sud-Est asiatico, da cui poi si sono differenziati in altre specie (Langgut, 2017). Nel tempo, numerosi studiosi hanno indagato sull’origine e la classificazione degli agrumi, tra cui Dalechamps (nel 1587), de l’Ecluse (nel 1601), Ferrari (nel 1646), Gallesio (nel 1811), Tolkowsky (nel 1938 e 1966), con risultati, talvolta, contrastanti trattandosi di metodiche di studio basate essenzialmente su analisi visive, come mosaici o pitture murarie.
I più recenti studi, basati i sulla morfologia osservata al microscopio e sulle caratteristiche biochimiche dei semi, del polline o dei frutti recuperati da scavi archeologici (Langgut, 2017), le metodiche molecolari basate sulle analisi del DNA (Acido Deossiribo Nucleico), danno informazioni precise sull’origine territoriale e sulla classificazione.
Il cedro (C. medica)
Il cedro fu il primo agrume a raggiungere il Mediterraneo, probabilmente attraverso la Persia. Ha avuto origine nel Nord-Est dell’India o Nord-Est asiatico, nella zona da Assam, Myanmar e Yunnan fino ai piedi dell’Himalaya orientale, dove probabilmente fu coltivato, per la prima volta, diffondendosi poi dall’India in Afghanistan, Persia, Siria, Israele ed Egitto (Langgut, 2015).Anche il nome aiuta a far luce sull’origine del cedro e sulla sua via di diffusione. Infatti, in lingua Hindi, il cedro è chiamato torange, in Persiano toronge e etronge, in Ebraico etrog, in Aramaico etronga o etroga, e in Arabo turug o eturug. In Copto il nome è ghitri, in Greco kitrea e kitrion, mentre in Latino la parola citrus indicava l’albero e citreum o citrium indicava il frutto. L’aggettivo medica nel nome latino suggerisce la sua origine persiana (Median), oltre a evocare il suo uso in medicina. Studi di archeobotanica indicano che nello scavo archeologico di Nippur, a sud dell’antica Babilonia, sono stati trovati semi di agrumi risalenti al periodo sumero (2000 a.C.). Sembra che il cedro fosse considerato un bene prezioso fin dai tempi antichi a motivo delle sue qualità curative, dell’odore gradevole e, di conseguenza, dell’uso simbolico, ma anche per la sua rarità, così che solo persone ricche potevano permettersi di averlo. Un’altra caratteristica fa sì che il cedro possa essere stato trovato lontano dalle sue terre di origine, e cioè il fatto che può essere conservato per diversi mesi senza alterarsi, a differenza di altre specie di agrumi. Questo è possibile perché sotto la buccia ha uno spesso strato spugnoso e bianco, chiamato albedo. Ragione per cui era un prodotto commerciale d’élite. Procedendo in ordine cronologico, prove di palinologia (la scienza che studia la morfologia, la composizione chimica e la distribuzione geografica del polline e delle spore delle specie vegetali), eseguite sui sedimenti del porto di Cartagine (Tunisi, Nord Africa), hanno portato alla luce del polline di agrumi (non c’è la certezza che siano di cedro) risalente al quarto e terzo secolo a.C. (Langgut, 2017).La presenza di resti di polline, semi e frutti di cedro in diversi siti del Mediterraneo, risalenti al periodo romano, attesta che a quel tempo il cedro era noto nella regione. Resti di semi e frutti sono stati recuperati da diversi insediamenti romani in località desertiche egiziane risalenti al I-IV secolo d.C., ma anche nel giardino erodiano di Cesarea (Langgut et al., 2015). Resti di legno di agrumi di epoca romana sono stati identificati nella Villa di Poppaea a Oplontis vicino a Pompei e semi di cedro, che risalgono alla prima metà del II secolo a.C., sono stati trovati a Pompei stessa, nella Casa delle nozze di Ercole e Ebe. Inoltre, negli scavi pompeiani, alcuni affreschi e mosaici rappresentano alberi di agrumi (Pagnoux et al., 2013). I Romani, quindi, ebbero un ruolo importante nella diffusione di questo agrume, trasportato in Marocco e nello Yemen forse dagli ebrei che erano soliti usarli per ornare i loro Tabernacoli. Pare che, per le feste più importanti, la cultivar prediletta fosse la C. medica Diamante (Maruca et al., 2015).
Analisi approfondite e molto recenti sulla diversità genetica degli agrumi hanno dimostrato che Citrus medica è stato il genitore maschio diretto per i principali sottogruppi di agrumi (Curk et al., 2016). Oggi, in Italia, la coltivazione del cedro persiste in Calabria e Campania; la cultivar maggiormente diffusa è la Diamante che produce frutti di grosse dimensioni, ellissoidali, con una buccia spessa che raggiunge anche un quarto del diametro del frutto.
Il limone (C. limon)
Fino a poco tempo fa, l’arrivo del limone nell’area del Mediterraneo è stato collegato alla conquista musulmana. Tuttavia, alcune recenti scoperte in Italia mostrano che il limone era già noto ai romani. Le prime testimonianze botaniche affidabili (13 semi e un frammento di scorza) di C. limon sono state recuperate dal Forum Romanum di Roma. Secondo Pagnoux et al. (2013), questi resti botanici sono attribuiti tra la fine del I secolo a.C. e gli inizi del I secolo d.C. Prove palinologiche della fase successiva al I secolo d.C., provenienti dall’area Vesuviana, indicano che i limoni erano coltivati in giardini di proprietà di ricchi personaggi (Mariotti-Lippi, 2000). La raffigurazione di frutti gialli risalenti al I secolo d.C. sui dipinti murali della Casa del frutteto di Pompei potrebbe riferirsi ad alberi di limoni. Dallo studio di un mosaico del 100 d.C trovato nelle Terme di Roma, che raffigura un cesto di frutti, si nota che questi sono accuratamente rappresentati con le diverse caratteristiche di forma e dimensioni. Si può dedurre, quindi, che i romani distinguevano chiaramente il limone e il cedro come due frutti diversi. Anche questa prova archeologica indica che il limone sia arrivato nel mondo romano occidentale come prodotto d’élite, sebbene in seguito, ed oggi, sia da tutti adoperato in cucina. La mancanza di testi romani che menzionano il limone potrebbe indicare che la sua coltivazione fosse comunque limitata (Lunggat, 2017). Solo dal X secolo d.C. troviamo menzione dei limoni in reperti del mondo islamico. Nel XII secolo d.C., in un libro scritto in Egitto da IbnJamiya, il medico di Sultano Saladino, intitolato Trattato delle proprietà dietetiche del limone, sono descritte dettagliatamente le qualità di questo frutto (ÁlvarezArias e Ramon-Laca, 2005).
Arancio amaro (Citrus aurantium).
Sembra che l’arancia amara sia stata introdotta in Mesopotamia e nel Mediterraneo orientale e da lì sia migrata poi verso ovest, intorno al X secolo d.C. Per esempio Al-Masudi, nel suo libro Golden Lawns (circa X secolo d.C.), affermò che l’arancia amara e un’altra sorta di “frutto tondo” furono portati dall’India in Oman dopo l’anno 912 d.C. e poi in Iraq, Siria, Palestina ed Egitto (Davidson, 2006; Ramòn-Laca, 2003). Al-Masudi afferma che in questa migrazione l’arancia amara abbia perso gran parte della sua fragranza e del suo colore perché non aveva il clima o l’habitat specifico del suo luogo di origine (Nicolosi, 2007). Sempre ad opera degli arabi l’arancia amara arrivò in Africa settentrionale, Sicilia, Sardegna e Spagna (Langgut, 2017). Il nome arancio deriva dalla parola Dravidica nurga (che significa fragrante), dal Sanscrito narangae dal persiano narang fino all’arabo narandj. Il nome è poi divenuto narantsion nel tardo medioevo greco fino a naranja spagnolo del XIV secolo. Alla fine del XV secolo i portoghesi riferirono di aver trovato molte arance amare sulla costa orientale dell’Africa, ma gli alberi erano coltivati solo nei giardini, evidentemente per scopo ornamentale (Davidson, 2006). Lo studioso Tolkowsky suggerisce che l’arrivo dell’arancia (amara e dolce) nel Mediterraneo fosse precedente, basandosi sulla raffigurazione di frutti molto rassomiglianti agli aranci, in numerosi mosaici e affreschi romani come nel mosaico del IV secolo del Mausoleo di Costantia, dove sono raffigurati cedri, limoni e arance, tutti ancora attaccati a rami appena tagliati con foglie verdi. Uno degli usi più importanti dell’arancio amaro è come portinnesti di altri agrumi grazie alla sua capacità di crescere in terreni calcarei e salini e di essere tollerante a numerose gravi malattie degli agrumi, come la fitoftora. Inoltre, l’arancia amara garantisce rese costanti degli alberi innestati, una buona qualità dei frutti e la capacità di resistere al freddo.
Pomelo (Citrus maxima)
Citrus maxima è stato molto probabilmente il primo antenato degli agrumi, originario di aree tropicali, nel Sud-Est asiatico continentale (Miller e Gross, 2011) e nell’arcipelago malese (Calabrese, 2002). Il suo nome può essere ricondotto alla parola malese pumpulmas. La prima menzione scritta della coltivazione del pummelo nel Mediterraneo e in particolare in Spagna è quella di Abu’ l-Jayr e Abu l-Khayr al-Ishbili, risalente al XI e il XII secolo d.C. (Ramòn-Laca, 2003).Negli scritti di Jacques de Vitry, degli inizi del XIII secolo, si trova che un frutto chiamato poma Adam (il pomo di Adamo) era presente in Palestina, regione caratterizzata da un clima relativamente caldo e quindi adatta per la coltivazione di pomelo; così come in Spagna, dove è stato presumibilmente introdotto dagli arabi (Lunggat, 2017). Il pomelo recentemente è stato oggetto di studi che riguardano la salute umana, grazie al suo contenuto di flavonoidi che hanno proprietà antiossidanti, antinfiammatorie, antimicrobiche e forse, antitumorali, nonché proprietà protettive del sistema cardiovascolare e nervoso (Cirmi et al., 2017).
Non è fra gli agrumi più coltivati in Italia, ma è tenuto in grande considerazione nella comunità scientifica come fonte di materiale genetico “antico” (germoplasma) che può essere usato per il miglioramento di altri agrumi (Nicolosi et al., 2005).
Arancia dolce (C. sinensis)
Negli archivi della città di Savona, in alcuni testi risalenti al 1471, si trova menzione dell’arancia dolce in Europa, anche se è rappresentata già nell’arte di età romana in relazione con l’arancia amara. Gallesio, nel suo trattato storico del 1811, afferma che l’arancia dolce probabilmente raggiunse l’Europa attraverso la rotta commerciale stabilita e mantenuta dai genovesi (Lunggat, 2017). Durante il XVI secolo d.C. i portoghesi e, in particolare, i viaggi di circumnavigazione verso est effettuati da Vasco de Gama, contribuirono molto alla diffusione della coltivazione delle arance, introducendo questa varietà dalle qualità organolettiche più apprezzate. Infatti, nel 1498, Vasco de Gama “vide in Mombacxa arance molto buone, molto meglio di quelle portoghesi” (Ramòn-Laca, 2003).
La decodificazione del genoma dell’arancia dolce è, inoltre, una preziosa risorsa per il miglioramento della specie sia dal punto di vista agronomico, sia per le caratteristiche organolettiche tra cui il colore, l’aroma, la quantità di zucchero e la resistenza alle malattie. E costituisce anche un prezioso riferimento per gli studi evolutivi del genoma di queste piante. È straordinario, comunque, che l’antico genotipo ibrido si sia per molta parte conservato nell’arancia dolce di oggi.
L’arancia rossa di Sicilia, o semplicemente arancia rossa, è una varietà con polpa cremisi color sangue. Il frutto è abbastanza piccolo e la buccia è di solito ruvida; la Sicilia ne è il più grande produttore al mondo e l’Unione Europea riconosce l’area della Sicilia Orientale come un’indicazione geografica protetta.
Noi consumatori siamo oggi sempre più consapevoli che una dieta alimentare sana è sinonimo di buona salute e sta crescendo la domanda di ingredienti naturali nutraceutici, cioè che aiutano il nostro organismo a stare bene. Molti di questi ingredienti appartengono alla classe dei flavonoidi e dei terpenoidi.
Mandarino (C. reticulata)
Il mandarino, una delle tre specie ancestrali degli agrumi, originario della Cina e dell’India nord-orientale (Fig. 2) è stato coltivato in queste regioni fin da tempi molto remoti, ma fu l’ultimo degli agrumi a viaggiare verso Ovest (Lunggat, 2017). Il primo esemplare di mandarino fu portato dalla Cina in Inghilterra nel 1805 e poi in Italia, dove divenne ben noto prima del 1850. Dall’Italia, la sua coltivazione si diffuse rapidamente in altri paesi del Mediterraneo (Davidson, 2006). Lo sviluppo degli alberi di mandarino è inferiore rispetto all’arancio, al limone e al pompelmo. La chioma ha un portamento globoso più o meno folto; i frutti sono esperidi di forma appiattita. La pianta è coltivata in condizioni climatiche desertiche, semi-tropicali e subtropicali del Mediterraneo; terreni con argille leggere sono l’ideale, sebbene il mandarino si adatti a una vasta gamma di suoli. Il mandarino ha un alto contenuto di polifenoli e flavonoidi, quindi è un frutto studiato per il potenziale utilizzo nella medicina tradizionale cinese (MTC) o come alimento nutraceutico (Tous e Ferguson. 1996). Bergamotto (Citrus bergamium Rissoet Poiteau)
Il bergamotto era conosciuto già nel 1750, nel Mediterraneo, per le caratteristiche distintive del suo olio essenziale. Ancora oggi, però, sia il centro di origine che il significato del suo nome sono incerti. Presumibilmente, la C. bergamia è nata nell’Italia meridionale come ibrido di C. aurantium x C. medica di cui l’arancia amara è il genitore materno e il cedro è quello paterno. L’origine del nome e il suo significato è incerta; vi è accordo generale che derivi dalla parola turca beg-a-mudi che significa Pere del Principe, a causa della somiglianza con la pera di bergamotto rappresentata in un dipinto di B. Bimbi del 1715 (Maruca et al., 2017). Tuttavia, dall’inizio del XVI secolo, il bergamotto era noto solo come pianta ornamentale che decorava i giardini delle famiglie aristocratiche italiane. Più tardi, un gentiluomo siciliano, Francesco Procopius intorno al 1686, introdusse in Francia l’acqua di bergamotto, un’essenza molto raffinata ottenuta dalla buccia del frutto di bergamotto, che divenne così la componente più preziosa dei profumi più affascinanti. Quasi nello stesso tempo, nella città di Colonia, un altro emigrante italiano, Paolo Feminis, sviluppò l’acqua di colonia, dal nome appunto dell’omonima città, intorno al 1709. L’essenza ottenuta ebbe un tale successo che la sua richiesta crebbe rapidamente, così, nel 1750, vicino alla città di Reggio Calabria, nella tenuta feudale Giunchi, fu piantato il primo frutteto di bergamotto dal proprietario Nicola Parisi. Per tutto il secolo il bergamotto venne coltivato quasi esclusivamente nella provincia di Reggio Calabria, in una stretta striscia di terra tra le città ioniche di Villa San Giovanni e Gioiosa. Questo tratto di costa è ancora l’area più produttiva, in grado di fornire oltre il 90% della produzione mondiale di bergamotto. Per ottenere un chilogrammo di essenza sono necessari circa 200 kg di frutti. Il microclima molto esclusivo di questa piccola area, dovuto ai terreni alluvionali e argillosi ricchi di sali minerali, e all’esposizione geografica con inverni piovosi ed estati caldo-umide, favorisce lo sviluppo e la produzione ottimali della pianta di bergamotto. Questo agrume è molto sensibile allo shock termico e alle nebbie primaverili ma è resistente alle brezze. Successivamente, la C. bergamia si espanse rapidamente lungo lo Stretto di Messina. Possiamo trovarla anche in alcune aree dell’Africa (Costa d’Avorio, Mali, Camerun, Guinea) e del Sud America (Argentina e Brasile) ma la concentrazione dei principi attivi del suo olio è molto variabile e quindi la coltivazione in questi luoghi non è considerata redditizia (Navarra et al., 2015). Il bergamotto è una pianta di medie dimensioni; la sua produttività dura fino a 25 anni. Generalmente, sviluppa un numero maggiore di fiori rispetto agli altri agrumi, con fogliame regolare e simmetrico. Il periodo di fioritura è tra la fine di marzo e la metà di maggio, mentre la raccolta avviene da novembre a marzo.














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